Le Aree del Museo Simon Benetton

Sale Espositive 1 e 2

La formazione artistica di Simon Benetton si basa su esperienze diverse rielaborate in modo personale fin dagli esordi nell’officina paterna e dalla frequentazione dell’Accademia di Belle Arti di Venezia. La lunga pratica sulla lavorazione del ferro si combina con suggestioni provenienti da diversi ambiti culturali, alimentate dagli interessi verso la scultura di Marino Marini, di Giacometti, di Manzù e di Henry Moore. In particolare nel contesto trevigiano è necessario sottolineare l’importanza dei contatti con Arturo Martini.

I lavori di questo periodo si distinguono per l’esplicito riferimento alla realtà e la predilezione per soggetti quotidiani come paesaggi, nudi, figure di animali.
Alla fine degli anni Cinquanta, nelle opere scultoree e grafiche emerge la volontà di allontanarsi dalla formazione accademica in virtù di una particolare esigenza di sintesi formale.

 

Significativi sono alcuni disegni del 1960-62 in cui la figura viene rielaborata e ridotta a elemento strutturale, mostrando stringenti relazioni con opere coeve o di poco successive come l’unione e Cordoglio del 1964-66.

La sperimentazione grafica di questi anni permette di chiarire l’elaborazione intorno al 1968 di un elemento formale modulare ormai slegato da ogni richiamo realistico e capace di creare nella sua ripetizione una libera scansione ritmica. Si tratta di un modulo, di un ideogramma che rappresenta la chiave strutturale delle sue invenzioni. Il modulo infatti è in grado di assumere un’infinità di posizioni e di costruire strutture ritmiche che si articolano in ogni direzione nello spazio. Rappresenta la “nota“ che crea il ritmo, secondo una definizione dello stesso Simon Benetton, e che distingue tutta la sua produzione scultorea tra il 1968 e il 1973.

 

La nuova forma plastica è ricavata tagliando il lingotto di ferro in parti modulari successivamente lavorate sotto il peso della pressa (il maglio) e saldate insieme per formare strutture ritmiche. Al centro dell’interesse è la proiezione dinamica e ritmica di questi moduli e la nuova conquista è lo spazio.

A tale proposito è significativa l’opera Atmosfera di un volto del 1968, in cui il richiamo figurativo del titolo (esplicito omaggio all’Atmosfera di una testa di Arturo Martini) si riferisce allo spazio circoscritto dalle forme modulari. L’opera suggerisce la presa di posizione di Simon Benetton di fronte alla traduzione e la rivendicazione di un linguaggio completamente personale che parte da una concezione plastica dello spazio.

 

Ormai la scultura è concepita come evento nello spazio e la figurazione è soltanto ritmica. La nuova dinamica spaziale è espressa chiaramente anche nei numerosi disegni di questi anni strettamente legati alla realizzazione di opere come Fedeltà e Verso la fede del 1969.

Sempre in questo periodo una limitata serie di opere scultoree come Diaframma Modulare e Nuovi Legami, sono state state realizzate attraverso l’accostamento dei materiali ferro-resina, anticipando di ben trentasei anni il concetto della materializzazione della luce promossa dell’artista.

 

La presenza del modulo contraddistingue la produzione di Simon Benetton fino al 1973. Tuttavia già dal 1970 si intravedono le basi dello sviluppo di una nuova elaborazione formale. Ben presto emerge un’altro aspetto nella ricerca di Simon Benetton in cui la forma plastica del modulo viene inserita all’interno di un contesto formato da lastre di metallo spezzate e lacerate.

Le forme plastiche e curvilinee dei moduli si combinano con le rigide linee dei piani delle lastre e si elevano nello spazio, come si può vedere in Argomento X del 1971.

 

 

IL PERIODO DEL VOLO

Al principio degli anni settanta la ricerca di Simon Benetton  si indirizza verso l’elaborazione di una diversa spazialità che vede sempre maggiormente coinvolta la lastra di ferro tagliata con la fiamma ossidrica. In questi anni si pongono le basi per l’elaborazione di un nuovo principio dinamico che caratterizza l’identità stilistica di Simon Benetton. E’ il momento cruciale in cui al ritmo scandito dell’articolazione dei moduli si sostituisce quello generato dalla dinamica dei tagli sulla lastra, il ritmo quindi ha origine nella struttura unitaria della lastra ripetutamente tagliata e piegata, e non più nella dislocazione dei moduli nello spazio.

 

L’interesse di Simon Benetton è rivolto a piegare e forare la materia esaltandone le potenzialità, La “lastra di ferro non concede pentimenti” e  richiede un lungo e accurato studio preliminare che si realizza solo attraverso il disegno. Significativi sono i numerosi schizzi elaborati n questi anni, in cui vengono studiate le torsioni e l’apertura a ventaglio della lastra tramite fitti e ripetuti tagli.

Nasce un inedito moto della forma nello spazio, costituito dall’articolarsi dei piani sotto i continui cambiamenti delle forze dinamiche e dalla creazione di graduali momenti di crescita in una costante tensione verso l’alto, come nelle opere macrosculture urbane Gesto del 1975 città di Treviso o Ulteriori Prospettive città di Triste del 1977.

 

Tale processo è accompagnato da una nuova ricerca metodologica in cui l’azione della fiamma ossidrica sostituisce il lavoro al maglio e taglia la lastra come fosse una materia manipolabile.

La ripetuta iterazione dei tagli si completa con la torsione e la rotazione della lastra in una dinamica articolazione spaziale.

 

La scultura diviene la proiezione plastica gesto-segno di Simon Benetton. La fitta trama dei tagli crea il suo disegno nello spazio attraverso il ritmico contrasto di pieno e vuoto, di materia e luce. La forma rigida della lastra si apre e si articola avvolgendo lo spazio circostante in un moto rotatorio verso l’alto. La luce penetra tra le liste di ferro divenendo a sua volta segno ed elemento strutturale che genera movimento. Il taglio permette a Simon Benetton di fendere il “Diaframma” per liberare il pensiero, il ritmo e l’energia che esistono potenzialmente nella lastra.

 

Come più volte ha sottolineato la critica, la liberazione della forma nello spazio è l’espressione di un pensiero costruttivo, l’immagine quasi simbolica di una pulsione vitale dello spirito umano che conquista lo spazio. E’ il momento del “Volo” come ama definirlo Simon Benetton.

Il particolare rapporto che si crea con lo spazio e l’ambiente circostante conferisce un valore architettonico all’opera stessa che vede la sua piena espressione nelle famose macrosculture, capaci di modificare con la loro presenza la percezione degli spazi pubblici e degli ambienti naturali.

 

La sperimentazione tecnica permette a Simon Benetton di elaborare  una personale “grafia” capace di esprimere la dinamica del suo pensiero. In questo modo si configura chiaramente il valore ideografico del suo linguaggio, in cui l’opera scultorea è concepita come gesto – segno.

Attraverso una gestualità precisa e iterata nascono strutture plastiche in cui viene ripresa più volte una forma dinamica, aperta e aerea, espressione dell’energia vitale del pensiero che si libera nello spazio. Le forme si caricano di una particolare leggerezza e quasi si elevano in “Volo”, mentre la lastra attraversata dall’aria e dalla luce perde materia.

Periodo 1950 - 1960
Formazione con esperienza figurativa

Periodo 1961 - 1964
Sintesi della Figura

Periodo 1964 - 1967
La Forza plastica della materia

Periodo 1967 - 1970
La Scultura Modulare

Periodo 1973 - 1983
Il "Volo"

Periodo 1992 - 1993
L'Idea diventa segno

Periodo 1994 - 2000
Pensiero Materializzato

 

1964 - 1970 La Forza plastica della materia scultura modulare

1964 – 1970 La Forza plastica della materia scultura modulare

Il Volo L'idea diventa segno Pensiero materializzato Museo Simon Benetton 1973 -2000

Il Volo L’idea diventa segno Pensiero materializzato Museo Simon Benetton 1973 -2000